Emmanuel Carrère


Carrère e la scrittura documentaria

A cura di Francesca Lorandini

Il focus si terrà a conclusione della proiezione di Retour a Kotelnitch

Con la pubblicazione dell’Avversario, nel 2000, Emmanuel Carrère decide di abbandonare la fiction per dedicarsi a un genere che la critica ha definito in vari modi (autofiction, autobiografia, memoir, reportage narrativo), basato su una scrittura testimoniale e documentaria. Questa scelta è dettata da un’esigenza personale: la prima persona è l’espediente narrativo che gli permette di affrontare un fatto di cronaca doloroso, condividendo la propria angoscia con il lettore. In Un romanzo russo, Vite che non sono la mia, Limonov e Il Regno, Carrère rinsalda questo rapporto di fiducia e complicità, raccontando fatti ordinari e straordinari del presente e del passato in cerca di una verità che si incarni in uomini e donne che hanno vissuto realmente. Carrère parla di fatti vertiginosi e ordinari al tempo stesso, elaborando, un libro dopo l’altro, un’etica della scrittura fondata su tre regole: 1) scrivere di ciò che è successo; 2) utilizzare la prima persona come atto di umiltà; 3) evitare ad ogni costo l’onniscienza del narratore, per «non entrare nella testa degli altri».

trailer; Carrère sul cinema